IO VOTO NO, IN OSSEQUIO AL BUON SENSO

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IO VOTO NO, IN OSSEQUIO AL BUON SENSO

E contro il “cattivo senso”, che ci ha fatto precipitare nell’era della Costituzione 2.0, mentre il buon senso è stato ormai retrocesso al livello zero, ovvero punto e a capo…

La riforma di Renzi è in fondo una specie di “condono”: vuole regolarizzare quello che in parte già fa e ha fatto in modo “irregolare” e illegittimo. Non dimentichiamo che si è auto-eletto presidente del Consiglio: e se il buongiorno si vede dal mattino…

Io voto No. E voto “no” in nome del buon senso. Perché il buon senso è o dovrebbe essere l’unico motore e la sola norma in grado di “guidare” ogni principio etico: ossia i valori di riferimento della politica.

Andrò a votare “no”, non perché intendo salvaguardare la Costituzione e conservarla così com’è. Il mio buon senso è abbastanza sviluppato da comprendere che il mondo cambia e con il mondo possono cambiare le regole e le leggi. La Costituzione italiana è molto bella, una delle più chiare e complete in assoluto. Però nessuna Costituzione, nessuna singola regola o nessuna raccolta di leggi, neppure le normative migliori, per belle che siano, potranno mai apparire talmente belle da venire considerate perfette, e potranno mai essere abbastanza belle da risultare intoccabili.

Tutto è modificabile, tutto è migliorabile. Anche la Costituzione italiana. Non sono certo un “estremista della Costituzione”, io. Anzi, mi piacerebbe cambiare non poche cose, nella nostra Carta. A cominciare da quell’articolo in cui si racconta che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. A mio avviso andrebbe corretto ed aggiornato con una dicitura di questo tipo: “L’Italia è una Repubblica fondata sul servizio, sulla cura e sul dono”. Proprio così: servizio, cura e dono. Le uniche, vere “attività lavorative di cui l’umanità ha bisogno” e che tanto fanno difetto all’odierna società proiettata verso un futuro super-tecnologico. Servizio a favore degli altri, cura dell’ambiente e scambi gratuiti di aiuto. L’economia autentica dovrebbe reggersi esclusivamente su questi tre pilastri. Invece stiamo attraversando una fase in cui l’economia, anziché essere messa al servizio della persona e dell’ambiente… sfrutta entrambi, depauperando e l’una e l’altro! Di conseguenza, il lavoro, quando va bene, è inutile, e quando va male, è pure nocivo. Uccide! Oggigiorno il lavoro uccide. Sia chi lavora, sia chi non lavora. Ecco i motivi per cui modificherei quell’articolo della Costituzione tanto e troppo decantato, facendo semplicemente appello al “buon senso”, e fregandome altamente dell’aspetto storico e degli elementi tecnico-giuridici.

Pertanto, non mi spaventa affatto l’idea di modificare la Carta costituzionale. E non mi spaventa perché non ritengo basilari le “regole del gioco” (tanto meno quando già vengono impunemente calpestate), bensì ritengo basilare, direi cruciale, la capacità di agire e scegliere in conformità con il “buon senso” o con il “cattivo senso”. Faccio un esempio, per capirsi meglio.

In questi giorni mio padre ha dovuto sottoporsi a un piccolo intervento chirurgico a un occhio. L’intervento era stato fissato per le ore 9.15 del mattino. Qualche giorno prima, la Segreteria del Reparto ospedaliero interessato telefona a mio padre proprio per ricordargli l’orario dell’intervento, e per invitarlo a presentarsi sul luogo almeno un’ora prima, alle 8 o alle 8.15. La clinica dista mezz’ora o tre quarti d’ora di strada, dall’abitazione di mio padre, il quale, assieme ai famigliari, alle 7 del mattino è già in strada per recarsi presso l’ospedale medesimo. Il risultato? Viene operato attorno alle 11.30 (l’intervento, in regime di Day Hospital, dura una manciata di minuti), e torna a casa alle 14.30!

Va fatta una premessa: non vi è nulla da rimproverare al personale, che al contrario è gentilissimo, nonché validissimo sotto il profilo professionale. Niente da eccepire… Tutti bravissimi, quasi encomiabili: impiegati, infermieri, assistenti, medici. Ciascuno svolge il proprio mestiere in modo pressoché impeccabile, riservando mille attenzioni ai pazienti. Non si può muovere alcuna critica nei confronti del loro operato.

REGOLE FLESSIBILI

E allora qual è l’inghippo? Dove si nasconde e si annida il problema che determina una situazione poco piacevole per un quasi ottantenne costretto a fare una levataccia e a trascorrere metà della sua giornata seduto sulla poltroncina di una sala d’aspetto, in quanto l’intervento chirurgico previsto per le 9.15 si realizza con un ritardo di oltre due ore? A mio parere non è colpa di nessuno: è colpa solamente dell’organizzazione.

Cioè è colpa delle regole: in particolare quando alcune regole si scontrano con altre regole. Perché le regole non sono le stesse per tutti. Ci sono troppe regole, un eccesso di regole che si annullano a vicenda, generando un’enorme confusione. Questo sì, è il “nodo” da sciogliere.

L’Ufficio amministrativo della clinica, sulla base delle sue specifiche logiche, ha in pratica stabilito un’ora per l’intervento. L’Ufficio Accettazione ha però le sue logiche e a volte obbliga il paziente a giungere lievemente in ritardo, all’appuntamento con il Reparto. A sua volta, il personale di accoglienza del Reparto ha le sue regole e le sue logiche, e non tiene conto degli orari individuati dall’Ufficio amministrativo: segue le sue priorità e i suoi canoni, e rivoluziona tutto. Chi prima arriva, prima va sotto! Però i medici e i chirurghi hanno ulteriori regole e logiche, e possono sovvertire di nuovo la “scaletta” (talvolta contribuiscono anche gli imprevisti e le urgenze improvvise!).

Così può capitare di tutto. Chi doveva essere operato alle 11 viene operato alle 10, e viceversa. Ma di chi sarà la responsabilità? E contro chi bisognerebbe puntare il dito accusatorio? Secondo la mia opinione ciascuno cerca di fare del proprio meglio, però tutti assieme hanno smarrito il buon senso.

Il problema è di natura organizzativa e logistica: ognuno si muove e gestisce la cosa per proprio conto, ovvero procede verso direzioni non sintonizzate. In altre parole, le regole sono diverse e non si conciliano fra di loro: gli impiegati decidono in linea con le loro esigenze, le infermiere decidono in linea con le proprie logiche e necessità, e i medici decidono in linea con le loro logiche, e da questa congerie di ragionamenti e “interessi” di parte, sovente perfino contrapposti, scaturisce un regolamento generale che provoca un caos immenso. A farne le spese è il cliente, ovvero il malato. Che per carità, viene trattato benissimo: eppure subisce in prima persona l’esito degli interessi accavallati e intricati che producono delle regole e delle “procedure” fatte apposta per smentirsi l’una con l’altra e cancellarsi a vicenda.

Mio padre quel pomeriggio era stressato e stanchissimo. Sarebbe sufficiente che le regole, invece di essere il frutto di un casuale compromesso tra interessi che uniscono le più disparate logiche e necessità individuali, fossero solo l’approdo di un afflato di interessi condivisi, che mette al primo posto il bene comune. E in questo caso il bene comune corrisponde al benessere del paziente. Anche le altre componenti coinvolte, i medici, gli infermieri e gli impiegati, vanno tutelati nei loro interessi. Ma questi loro interessi sono più “sacrificabili”, rispetto a quelli di un malato, per l’evidente ragione che sono loro ad essere al servizio del paziente, e non l’opposto (è chiaro adesso per quale motivo vorrei una Repubblica fondata sul servizio e la cura, e non sul lavoro?).

L’esempio che ho riportato calza a pennello e “casca a fagiolo” con tutti i discorsi e le discussioni inerenti il referendum del 4 dicembre. Perché la politica non si mostra in grado di licenziare delle leggi e dei provvedimenti efficaci, capaci di conferire una svolta e rilanciare il Paese? Perché prima di approvare una legge, in Parlamento, ci si perde in lunghi dibattiti ed interminabili diatribe, senza che mai si riesca a dare vita a un impianto normativo adeguato, che funziona, applicabile e profondamente sensato?

LEGGI RAPIDE?

La motivazione va ricercata nell’assenza del buon senso. Non si realizza mai nulla di concreto, e quello che si realizza non aiuta la crescita e lo sviluppo del Paese, per il semplice motivo che ogni atto legislativo deriva da un lavoro di compromessi che va a compromettere l’atto medesimo. Cioè ogni atto è il figlio di molteplici lotte che alla fine devono condurre a un bilanciamento, un equilibrio, tra gli interessi di parte delle varie lobby appartenenti a un determinato settore o attirate da un certo argomento.

Ogni partito o forza politica difende e rappresenta alcune lobby, anche se a volte le lobby, a seconda dei momenti, si fanno rappresentare da più formazioni politiche… E comunque, un simile impegno finalizzato ad amalgamare interessi incrociati e spesso divergenti, tenuti assieme da un collante inadatto, partorisce sempre un obbrobrio, un complesso di normative che si mostra come minimo assurdo, ingarbugliato, contorto, disorganico e incoerente, se non addirittura dannoso. In ogni caso inutilizzabile.

Qual è l’errore? Si fa così perché manca il buon senso… Perché ogni attore politico in campo (e la lobby che lo pungola) porta il suo interesse di parte, che fatica sempre a conciliarsi con gli interessi altrui. Però l’aspetto più triste è questo: ciascuna “parte” afferma di rappresentare i bisogni del bene pubblico… Il vizio di spacciare il proprio tornaconto per bene pubblico è diffusissimo.

Il fatto è che non ci vuole niente, non serve chissà quale intelligenza, basta soltanto un po’ di buon senso, per comprendere sul serio qual è la differenza tra bene comune e profitti privati. Ci vuole un attimo ad afferrare che cos’è il bene comune. Né serve un genio, per sapere che la privatizzazione di una spiaggia o di un parco non agevola l’interesse di tutti bensì premia prima di tutto qualcuno, o che il petrolio fa male alla salute e “deturpa” l’ambiente. Il buon senso è tutto! Ed è l’unica guida spirituale che va assecondata senza se e senza ma, in quanto indica la strada giusta da intraprendere.

Forse è anche l’unica cosa “assoluta”, universale, e non relativa o soggettiva, che ci sia nella vita… E non è qualcosa di personale, non è che uno ha un suo buon senso e un altro ha un buon senso diverso. Il buon senso dovrebbe mettere tutti d’accordo.

Quindi, se in Parlamento, quando si deve approvare una legge, ci si perde in astruse lungaggini, e non si giunge mai al traguardo, la burocrazia e le metodologie del voto, non c’entrano niente. La colpa è solo ed esclusivamente di quelle infinite dispute che hanno lo scopo di provare ad accontentare tutti (i lobbisti) e a scontentare chiunque (la gente di buon senso!). Il vero ostacolo è questo, non gli intralci burocratici.

Ma non è una questione di rapidità. Chi se ne frega, di andare più veloci!?? Non ce ne facciamo nulla del “correre”, quello che occorre e che conta è una legge giusta e di buon senso, non la legge veloce. Il farla velocemente non rende migliore una legge, e perciò può anche rivelarsi una “porcata”. Il mito della velocità mi fa ridere e piangere nello stesso tempo: se soltanto lo vogliono, i politici, scrivono e rendono operative le leggi in men che non si dica. Del resto, in quanti giorni (pochi) sono stati “sfornati” il famigerato “Decreto Fornero”, così come quello che ha salvato le banche (o meglio, i banchieri…), infinocchiando i risparmiatori?

Nemmeno il numero dei parlamentari influisce (se non fosse per via degli stipendi e dei rimborsi che percepiscono: ma quelli li si può ridurre nel giro di pochi minuti…).

DELITTO ORIGINALE

Non è che se a legiferare sono cinquemila parlamentari il tempo di approvazione si allunga e le leggi poi faranno schifo, mentre se vengono chiamati a discutere soltanto cinquanta parlamentari, l’approvazione è rapida e la legge diventerà meravigliosa. Se non c’è il buon senso, c’è poco da fare. Se si usa il buon senso, i tempi si dimezzano in qualunque situazione; se si pensa e ragiona pro domo propria… anche le normative create da pochissimi politici in maniera velocissima, potranno rivelarsi nefaste. Per il bene comune.

Anzi, meno persone decidono, più la democrazia viene disprezzata e vituperata. La riforma varata dal Governo in carica si pregia (e vanta) di avere il merito di diminuire il numero dei parlamentari. Ma siamo sicuri che sia questa la “svolta” che serviva? E siamo sicuri che sia una conquista essenziale e positiva?

Mi sembra assai pericoloso il progetto di incrementare la governabilità e potenziare la capacità di legiferare, andando a restringere la quantità delle persone che hanno “voce in capitolo”. Oltre a essere esattamente l’inverso rispetto a tutto quello che negli anni Quaranta, saggiamente, avevano escogitato i padri costituenti, questo è pure piuttosto rischioso. L’oligarchia è già adesso una realtà; ma se la esasperiamo ancora di più… si salvi chi può!

E se dopo il potere viene concentrato nelle mani di un solo partito, il Partito Unico, ossia di una sola persona circondata da nani e nanette (con contorno di lobby varie!), allora ci si avvicina a una forma di governo che in gergo è stata denominata dittatura. Un uomo solo che decide è rapidissimo, garantisce una governabilità incredibile, ma può sbagliare quanto mille uomini che hanno una scarsa capacità decisionale. Sarà in qualche modo incisivo: tuttavia lo può essere nel bene oppure nel male; e qualora non faccia ricorso al buon senso, e si preoccupi di tutelare gli interessi parziali dei ricchi e dei più forti… il “delitto” è servito.

Dunque, non è sicuramente perché non voglio che si cambi la Costituzione, che il 4 dicembre voterò No. Il problema è che c’è modo e modo di cambiare: e secondo me è necessario distinguere. Occorre cioè vedere che cosa si cambia, e anche chi si arroga il diritto di cambiare. E poi, ancora, il perché si ritiene indispensabile un intervento di cambiamento. E il come lo si attua. Appunto su questo binario si inserisce il tema del “buon senso”.

Quest’ultimo è irrinunciabile anche per quanto riguarda l’azione del cambiare; è ciò che induce a modificare i “fattori” che non funzionano, anziché quelli che detengono una funzione fondamentale e inalienabile. Se si cambia mezza Costituzione, colpendo e infierendo sulle sue fondamenta, la base di partenza, non la si sta correggendo, né la si vuole migliorare: la si sta stravolgendo. E in maniera mirata. Perché l’intenzione è quella (dichiarata o meno, palese o malcelata) di riportare tutto il potere a un numero limitato di teste (non)pensanti. Con buona pace del buon senso.

Accanto al che cosa e al perché, sono in ogni caso importanti anche il chi e il come. La riforma è stata preparata dal Governo… Lasciamo pure stare che il Governo non è stato eletto e scelto dagli elettori, per cui è illegittimo in quanto anti-costituzionale, e lasciamo pure stare il fatto che il Governo è “incarnato” da un ragazzino che ha avuto la sfrontatezza di auto-eleggersi al ruolo di presidente del Consiglio (se il buongiorno si vede dal mattino, e se questi sono i suoi metodi…), però quello che assolutamente non si può lasciar correre è questo: la riforma della Costituzione non può essere fatta e fortemente voluta da un Governo; la può fare solo il Parlamento. Il Parlamento, che bene o male rappresenta la cittadinanza, detiene il potere di legiferare. E lo esercita a maggiore ragione quando si tratta di legiferare in materia di Costituzione.

POTERI SOVVERTITI

Il Governo non ha alcun potere legislativo, possiede unicamente il potere esecutivo (quante persone, purtroppo, ignorano questa “divaricazione” dei poteri che costituisce una garanzia democratica tuttora insostituibile). Il Governo ha insomma il compito di rendere esecutive le leggi sancite dal Parlamento, e può legiferare soltanto in casi del tutto eccezionali, ossia al cospetto di “impellenze” improcrastinabili (ad esempio, per stanziare dei fondi a favore dei terremotati).

Figuriamoci quindi se un Governo si può assumere il diritto o potere di modificare la Costituzione a suo vantaggio! Nell’ottica mentale e “filosofica” di Matteo Renzi le cose andranno meglio se il Governo avrà le mani libere e potrà fare tutto ciò che vuole, senza rimanere imbrigliato tra le “grinfie” del controllo al quale è deputato un doppio (addirittura!) Parlamento.

Per lui la democrazia è una museruola… E pertanto è necessario invertire l’andazzo corrente e cambiare le regole. Lo ripeto: non mi fa paura il cambiamento delle regole del gioco. Mi terrorizza l’arroganza tipica dei salvatori della Patria, che “assegnano” a se stessi ogni regola. E l’arroganza è la morte del buon senso.

Che cosa mi importa se cambia la Costituzione? Mi dispiace. E tanto. Tuttavia non è questo il problema. In fondo, la Costituzione è già cambiata. Gli ultimi Governi, ma quello di oggi più di tutti gli altri, l’hanno già cambiata, peraltro con la complicità di un Parlamento asservito, “covo” di uomini di partito che stazionano abitualmente nei salotti e nelle stanze delle sedi delle multinazionali di ogni sorta e risma.

I Governi hanno già cambiato la Costituzione nella pratica, senza neppure sfiorarla nel suo “dettato scritto”. L’hanno cambiata, tacitamente, mentre il Paese “dormiva”, scavalcando le competenze altrui, abusando delle proprie, ricorrendo a qualsiasi tipo di sotterfugio per mascherare le magagne, e bypassando il più possibile il Parlamento. Però chiaramente questo “il più possibile” ancora non bastava. Si pretende di più.

Per dirla tutta, Matteo Renzi sta puntando a “regolarizzare” quello che in definitiva già fa in maniera alquanto irregolare. Tutto lì. La riforma è una specie di condono.

Il cambiamento che propone e impone è terribile. Però era già in corso. Che venga ratificato ufficialmente spariglia un po’ le carte in tavola, certo, peggiora le “regole del gioco”, ma il fatto è che, migliorino o peggiorino le regole del gioco, comunque si fa a polpette il buon senso e si agisce in funzione degli interessi di parte prevalenti.

Il valore o il disvalore delle regole non ha più alcuna rilevanza se soccombe il buon senso. Preferirei che non si andasse a intaccare la Costituzione, ma mi sconvolge molto di più il “cattivo senso” della classe politica, e della metà dei miei connazionali, oggi e per l’ennesima volta disposti a consegnare il loro destino e l’avvenire dei figli nelle mani di un uomo solo, che dispensa mance e promette la felicità per tutti!

Bisognerebbe domandarsi da dove provengono quelle mance e chi le paga. Ma non abbiamo abbastanza “buon senso” per porci questi interrogativi, mentre siamo oramai ricchissimi di “cattivo senso”, cattivo senso del bene comune.

Che vinca il Sì o che vinca il No, comunque già da tempo si è entrati nell’era della Costituzione 2.0. Sì, “due punto zero”. Il buon senso è invece retrocesso al suo livello zero, cioè punto e a capo.

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