LA DIOCESI DI MANTOVA BENEDICE UNA NUOVA CENTRALE

2014-07-20-19-53-34

Chiesa di Mantova, Pro-Gest, Lavoro e Ambiente – 1

LA DIOCESI BENEDICE UNA NUOVA CENTRALE

Senza chiedersi se il lavoro che offrirà è “giusto” oppure no

La Diocesi di Mantova benedice la “Pro-Gest”. Titolo banale, e benedizione scontata. Nonché ampiamente prevista. Non c’è nulla di nuovo, nel resoconto pubblicato dalla Gazzetta di Mantova, a proposito del confronto (bèh, si fa per dire…) organizzato dal Centro diocesano per la Pastorale sociale e del lavoro (l’incontro si è svolto lunedì 21 novembre presso la Sala delle Capriate del Monastero di Sant’Andrea, in piazza Leon Battista Alberti, e il relativo servizio giornalistico è poi apparso sul quotidiano locale, nella pagina 13 dell’edizione del mercoledì successivo).

Non vi è nulla di nuovo, almeno per me che conosco l’ambiente (vi ho lavorato e l’ho frequentato per oltre vent’anni, come collaboratore mai assunto ma a tempo pieno del settimanale cattolico La Cittadella…). So bene come si riflette e si ragiona all’interno dell’ambiente curiale, conosco perfettamente i meccanismi che mettono in moto certe valutazioni, e ho ben chiaro da sempre quanto all’ambiente medesimo sia inviso e stia pure antipatico il movimento ambientalista (varie “fonti” mi hanno in passato riferito che a causa dei miei articoli venivo etichettato come un “verde estremista”, da alcuni rappresentanti dell’ambiente medesimo: forse perché già anni fa dicevo e scrivevo le cose che ora dice e scrive il Papa, e che dicevano e scrivevano ben prima di me molte persone assai più autorevoli del sottoscritto e del Papa…).

Ci tengo a rimarcare che il modo di ragionare del suddetto ambiente non è il modo di ragionare dei cattolici (della cosiddetta “base”), e nemmeno di tutti i sacerdoti. Anzi, molti (cattolici e preti) dissentono. Ma a loro non viene accordato il “diritto di voce”, e rispetto al sopracitato ambiente… vengono spesso “tenuti in disparte”.

L’esito del dibattito (ancora: si fa per dire!) era quindi prevedibile, alla luce del come si ragiona. E si ragiona così: “il lavoro prima di tutto”. E a prescindere da tutto. Cioè non ci si interroga mai, seriamente, su un quesito fondamentale: “Quale lavoro?”. La domanda non se la pone nessuno. Quando arriva un grande (?) investimento, tanto di cappello, braccia aperte, braghe calate, ossequi e baci, e via di questo passo.

La Chiesa non si rende conto che con il suo insistere attorno all’assurdo concetto del “lavoro prima di tutto”, va a suffragare il concetto capitalista del “lavoro che nobilita l’uomo”, grazie al quale, al contrario, siamo arrivati a un livello di sfruttamento degli esseri umani talmente spinto, rodato, furbo, perfetto e inattaccabile, che non ha alcun precedente storico capace di contendergli la triste palma e il primato di “ingranaggio diabolico” (forse neppure la schiavitù vera e propria aveva raggiunto delle “vette” del genere!).

“Senza un impiego, non c’è dignità, non si ha un onore, si perde la propria identità!”: quante volte ho sentito ripetere, a pappagallo, questo insulso mantra. Le frasi fatte e i luoghi comuni abbondano, sulle labbra dei predicatori. Ma come, l’essere umano non ha una sua dignità in quanto tale? Non è il Cristianesimo che afferma questo? Dunque è Dio, o è il lavoro, a conferire la dignità all’uomo? E che società è mai quella in cui chi non lavora, e chi non può farlo, o non è in grado di farlo, o non riesce a trovare un’occupazione, viene privato della sua dignità e diventa automaticamente un “signor nessuno”?

Dio ce ne scampi, da una siffatta società… Il problema è che purtroppo, al contrario, nessuno riuscirà a scamparla, perché l’attuale e siffatta società ci sta accoppando tutti. E la Chiesa è impegnata ad avallare le nefandezze perpetrate dalla società medesima, diffondendo il messaggio che “è il lavoro a fare l’uomo”! Ma vi rendete conto?

La verità è che il lavoro nobilita l’uomo, se e solo se è veramente utile, se e solo se non è nocivo nei confronti del bene comune, se una volta che ha concluso il lavoro, alla fine della giornata, il lavoratore ha la possibilità di dedicare del tempo anche alle altre attività e interessi (la famiglia e la conoscenza in primis), e infine, se al termine della carriera professionale ciascuno potrà vivere bene, in serenità e in salute, anziché trascorrere la metà della vita residua in un ospedale, dove magari morirà per colpa delle schifezze che ha ingurgitato o respirato nel luogo di lavoro, senza che vi sia una giustizia abbastanza obiettiva da ritenere colpevoli appunto quelle schifezze!

(1 ­– continua)

VELENI DI IERI, OGGI E DOMANI

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