IL MIO PAESE SPACCATO IN DUE: QUELLO VECCHIO CHE MUORE E QUELLO NUOVO NATO MORTO

Il mio paese è un paese spaccato in due. O meglio: c’è un paese vecchio e c’è il paese nuovo. Io sono nato nel paese vecchio e me ne sono andato quando si è cominciato a costruire il paese nuovo.

Non abito più lì. Me ne sono andato perché il paese vecchio è vecchio in tutti i sensi e il paese nuovo sembra più vecchio (in tutti i sensi) di quello vecchio.

Il paese vecchio è composto da tre quartieri distinti di case vecchie, in cui abitano poche decine di persone vecchie. Sono vecchie le case, sono vecchi i residenti, tutto è vecchio: le strade, l’asfalto, i marciapiedi, i lampioni e i pali dell’illuminazione elettrica, le fogne, gli alberi, i cespugli nei giardini. Di bambini non ce sono, e anche i cani e i gatti sono vecchi come i loro anziani padroni. E vecchia è la “parlata” di questi ultimi, che si esprimono quasi esclusivamente nel dialetto locale.

Vecchi sono inoltre anche i servizi: la tabaccheria che funziona anche da rivendita dei giornali, la macelleria, il negozio dell’ortolano, il bar che la gente si ostina a chiamare osteria, il negozietto di alimentari che tutti chiamano bottega… L’unico servizio nuovo e grande è ovviamente la farmacia!

Il paese vecchio è proprio vecchio. Eppure è ancora bello. Più bello del paese nuovo che pure avrebbe dovuto essere bellissimo (almeno secondo i costruttori, gli architetti e gli amministratori comunali).

Il paese vecchio è bello nonostante la vecchiaia. Perché è vero. Perché le case realizzate una volta erano più belle, più forti, più solide e resistenti. Molte sono rimaste intatte, sono ancora belle. Altre sono un po’ malandate, a causa della mancanza degli opportuni interventi di ristrutturazione. Altre ancora sono vuote, disabitate, spettrali, e nelle loro stanze chiuse si aggirano i fantasmi degli antichi proprietari. Nessuno si sogna di acquistarle.

Il paese nuovo è sparso di qua e di là e forma un tutt’uno frammentato in molteplici aree: è un agglomerato urbano indistinto e sparpagliato un po’ dappertutto, in cui si fatica a scorgere un filo logico.

Il paese nuovo è tutto nuovo, però è più brutto benché sia nuovo di zecca. Le case sono nuove, ma sono già tutte “sgarrupate”. Sono fragili, sovente si riempiono di umidità e muffa, gli intonaci si staccano facilmente… Sono tutte abitate, ma gli inquilini sono sempre via per lavoro e nelle loro stanze chiuse si aggirano i fantasmi di esistenze assenti. Sono tutte abitate, ma molte sono già in vendita: i “freschi inquilini” già vogliono scappare.

Le strade sono nuove ma già sconnesse e l’asfalto è nuovo ma già colmo di buche. I marciapiedi spesso non esistono, e nelle vie dove esistono di frequente si inciampa in altre buche. Le fogne, se ci sono, funzionano malissimo (a differenza di quelle vecchie del paese vecchio, che a dispetto dell’età funzionano tuttora benissimo).

Gli alberi sono pochi, e i giardini delle case si mostrano aridi. I cani e i gatti sono giovani, come i loro padroni. Ma hanno anche la faccia triste: come i loro padroni e come i bambini dei loro padroni.

Solo i servizi forse sono carini, malgrado siano disseminati un po’ ovunque in quanto non esiste un “centro”, una piazza… C’è una bella edicola, molto fornita, che funziona anche da tabaccheria. C’è una bella macelleria, ci sono due bar, una fiorista, diverse pizzerie, un centro commerciale… Ed è assente solo la farmacia.

Credo che la farmacia sia l’unico momento in cui il paese nuovo si incontra con quello vecchio, perché anche i nuovi e i giovani, benché tali, hanno bisogno delle medicine esattamente come i vecchi. Ma non so se i due mondi dialogano tra di loro: il dialetto dei vecchi non è tanto in sintonia con la lingua italiana dei nuovi abitanti.

In sintonia sono tuttavia gli stati d’animo: da una parte c’è l’amarezza dei vecchi per la loro vecchiaia, unita però alla contentezza per una gioventù difficile ma vissuta in maniera pienamene felice; sul lato opposto c’è invece l’amarezza dei giovani per la loro gioventù vissuta in maniera vuota e infelice, unita all’amarezza e alla paura per una vecchiaia che non sanno come sarà, per un futuro dall’orizzonte piuttosto cupo.

Il mio paese è un paese spaccato in due. Il paese vecchio è bello ma sta morendo. Il paese nuovo è brutto perché è nato morto.

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