BASTA GRANDI INDUSTRIE E SALVATORI DELLA PATRIA ILLUMINATI

2014-07-20-19-53-34

PUNTATA PRECEDENTE: L’EQUILIBRIO CHE “VACILLA” DA UNA PARTE

Chiesa di Mantova, Pro-Gest, Lavoro e Ambiente – 4

POSSIAMO FARE A MENO DEI “GRANDI GRUPPI”

Ma nessuno che voglia discutere di alternative imprenditoriali

Nel corso del recente incontro promosso dalla Diocesi virgiliana, anche don Bignami ha dichiarato che sarebbe necessario tracciare una visione ampia e onnicomprensiva, rifuggendo da qualunque forma di assolutizzazione. Le divisioni e la frammentazione isolata, spesso di parte, producono e inducono a cadere nel baratro della più profonda ignoranza. Vero: ma il credere che esista soltanto un tipo di lavoro, il volersi ancorare e fossilizzare in un’unica cultura economico-imprenditoriale, appunto quella classica e tradizionale, che si fonda sulla mega-fabbrica e il grande investimento, con il lavoro calato dall’alto, e lo scartare o sottovalutare le possibili alternative, tutto questo non è forse un puro esempio di assolutizzazione, di estremismo, e perciò di ignoranza?

Non è lecito provare a battere ed esplorare altre strade? Quale opinione si può nutrire nei confronti di chi le boccia a prescindere? A mio avviso… è quantomeno fazioso!

Mai sentito parlare di “Workers Buy-out”? Di “fabbriche recuperate”? E di “lavorare senza padroni”? Non sono parole al vento, né trovate propagandistiche: fanno parte di una realtà che sta venendo avanti. Faticosamente, perché si è al cospetto di un vero e profondo rinnovamento… che infastidisce. Comunque, piano piano, complice la crisi, il fenomeno delle fabbriche recuperate sta crescendo (innanzitutto all’estero, però un po’ anche in Italia, dove tuttavia inciampa in ostacoli e opposizioni forti).

Il “Workers Buy-out” corrisponde a questo: l’acquisto di una società, o di un’azienda, realizzato dai dipendenti della stessa. Sì, i lavoratori che si propongono per acquisire l’attività industriale, che si riuniscono per costituire un’apposita cooperativa, magari ricorrendo a risorse proprie, alla liquidazione, a svariati fondi… Certo, si ha bisogno pure del credito, dell’aiuto e del sostegno delle banche, che custodiscono il denaro di tutti, della comunità. Ma… ops… che cosa succede? Èh, succede che a dirigere questi istituti bancari, nei posti di comando, nei Consigli di amministrazione, tòh, guarda caso, ci siano quasi sempre i “padroni”, i grandi imprenditori solitari, i leader carismatici, con tutti i loro innati talenti!

In ogni caso, al netto di questo problemino, vogliamo discuterne o no? O si continua a rimanere di parte, non imparziali e non equilibrati, supportando un’unica, esclusiva, idea di impresa e di lavoro?

Anche a Mantova, a proposito della prospettiva post-Burgo, non dovrebbe essere poi così difficile perseguire un simile cammino. Con tutte le maestranze qualificate e con gli ottimi professionisti (questi sì, ricchi di talento!), formati dagli anni di esperienza accumulati sul campo, presso la Cartiera, non penseremo davvero che sia utopistico l’immaginare un loro coinvolgimento diretto, egualitario e solidale, nella conduzione di un’azienda? Una conduzione… senza “capi” o padroni, e al di fuori di ogni logica da impero aziendale multi-possessivo, che fagocita il mercato assoggettando verso di sé un numero elevatissimo di monadi aziendali!

Ecco un interrogativo che nessuno si pone mai, tanto meno i campioni dell’equilibrio finto, che pure si spacciano per super-innovatori: per quale ragione (valida!) un solo imprenditore talentuoso deve appropriarsi di più realtà, accentrando, concentrando ed avocando tutto a sé, e chiudendo gli spazi d’azione e affermazione ai talenti altrui? E siamo sicuri che coloro che non hanno mai la possibilità di venire messi alla prova… siano meno bravi dell’illuminato di turno?

Vorrei che la discussione, nella sonnolenta “mantovanità”, si aprisse a questi quesiti, andando ben oltre le frasi fatte e gli approfondimenti superficiali e di circostanza, con l’intento di implementare una nuova cultura e aiutare i talenti nascosti ad “emergere”. Perché il “nodo” da sciogliere risiede proprio in questo: moltissimi talenti ignorano di essere tali, e non affiorano, solo perché sono abituati a essere umili, poco scaltri, cioè difettano dell’altrui presunzione, di irruenza, di volontà di imporsi, di magniloquenza e di megalomania, di mania di individualismo… L’umiltà non ripaga.

C’è la volontà di affrontare il discorso (o scotta…?), in questa città vetusta e stantìa? Oppure si cerca di ringiovanire la terra virgiliana propugnando le soluzioni antiche di sempre, spacciate per futuro? E sarebbe questa la sbandierata innovazione? E sarebbe questo, il cambiamento culturale?

(4 ­– continua)

NON SI IMPARA MAI DAI FALLIMENTI PASSATI…

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